
I cocci di Villa Forni Cerato
A fine 2024, mentre scavavamo una trincea lungo il mio perimetro per realizzare l’impianto di smaltimento delle acque piovane, è tornata alla luce una piccola cisterna voltata, ricavata proprio nel sottoscala a partire da una botola che già conoscevo ma non avevo mai potuto aprire davvero. Ripulendola, dentro ho ritrovato decine di frammenti di vecchi piatti: i miei cocci, il segno più concreto di chi mi ha abitata e di come lo ha fatto, pasto dopo pasto, per secoli.
Non è stata l’unica cisterna a raccontarmi qualcosa in quei giorni: poco distante, verso la stanza che per secoli è stata la mia cucina, ne è emersa anche una esterna, con un coppo ancora sporgente che raccoglieva l’acqua piovana dal tetto. Due cisterne, due modi diversi di conservare — una l’acqua, l’altra, forse senza volerlo, la memoria.
Oggi qualcosa si muove. I cocci ritrovati non sono rimasti chiusi in un cassetto: sono stati ripuliti, catalogati e sono ora esposti al piano terra, a disposizione di chi viene a visitarmi. Restano ancora allo studio, e sulla loro datazione esatta non ho una parola definitiva da dare — ci sono ipotesi, confronti con altri ritrovamenti della zona, ma nessuna certezza ancora scritta nero su bianco.
È così che funziona, con me: ogni intervento di restauro apre una porta, e dietro quella porta trovo sempre qualcosa che non mi aspettavo. I cocci sono solo l’ultimo capitolo di questa storia che sto scrivendo insieme a chi mi sta curando — e che, come sempre, continuerò a raccontare qui man mano che avrò risposte più precise.



